

di Daniela Mariano
La Basilicata paga, secondo il progetto Basilicata: Reshoring Talents, una perdita netta quantificata in 200.000 euro. Questa cifra, pur significativa, è solo la punta dell’iceberg: ai costi economici diretti si sommano costi indiretti meno visibili ma altrettanto deleteri — il peggioramento della qualità della vita, delle prestazioni sanitarie e dei servizi essenziali — tutti fattori che derivano dalla progressiva perdita di competenze e che alimentano il rischio di desertificazione sociale ed economica del territorio. Il progetto, promosso da Fondirigenti e condotto da Federmanager Basilicata e Confindustria Basilicata con Basilicata Press e Federmanager Academy, si è avvalso di un’indagine qualitativa: circa settanta interviste a dirigenti, imprenditori e manager lucani, sia senior sia junior, raccolte da un team coordinato dal professor Salvatore Garbellano. Le testimonianze dipingono una Basilicata divisa tra due narrazioni contrapposte. Per alcuni la regione somiglia a “una grande RSA”, un deserto umano dominato dagli anziani; per altri — soprattutto i più giovani — potrebbe trasformarsi in una Silicon Valley italiana o in un hub strategico nel Mediterraneo. Dall’analisi emergono con chiarezza le priorità per invertire la tendenza: non si tratta soltanto di grandi opere, ma di un insieme complesso di interventi infrastrutturali fisici, sociali e digitali. In cima alla lista dei bisogni appaiono: trasporti e mobilità efficaci, per rompere l’isolamento e collegare mercati e talenti; servizi sanitari efficienti e vicini ai cittadini; asili nido e scuole per l’infanzia come leve per contrastare il calo della natalità e offrire certezze alle famiglie; rete digitale e servizi online capaci di sostenere smart working, formazione e imprese innovative. I giovani manager, in particolare, reclamano una risposta istituzionale più rapida ed efficace: la burocrazia, raccontano, è spesso il freno principale alla progettualità e all’attrazione di investimenti e persone. Tra le richieste ricorrenti: una pianificazione strategica in grado di mettere a sistema le eccellenze locali — aziende, università, centri di ricerca — per creare un ecosistema attrattivo e sostenibile. L’idea è semplice quanto ambiziosa: trasformare la dispersione delle risorse in una rete collaborativa, capace di offrire percorsi professionali interessanti senza l’obbligo della migrazione verso i grandi poli metropolitani. La fuga dei talenti non è solo questione di infrastrutture: è anche una questione di narrazione e fiducia. Chi va via spesso percepisce la regione come priva di prospettive. Per cambiare questa percezione non bastano interventi spot: serve una storia collettiva che riconnetta identità, opportunità e progettualità. Negli ultimi anni in Basilicata si sta consumando un fenomeno che va oltre il semplice spostamento di popolazioni: un nuovo esodo, quello dei “nonni con la valigia”, che porta con sé non solo spostamenti fisici ma una profonda sfiducia nella possibilità di invecchiare con cura nel proprio territorio. È un segnale d’allarme sociale e politico: quando gli anziani scelgono di andare via, la comunità perde memoria, relazioni intergenerazionali e capitale sociale. Secondo le osservazioni espresse da Vincenzo Cavallo della CISL Basilicata, la partenza degli anziani non è un fenomeno isolato, ma si intreccia con la crisi delle prospettive giovanili. I giovani non credono di poter trasformare i loro talenti in un lavoro stabile in Basilicata; gli anziani non credono di poter invecchiare con dignità e cure adeguate. Il risultato è una doppia fuga: i giovani in cerca di opportunità, i nonni in cerca di cure e assistenza. La radice del problema non risiede solo nella scarsità di risorse, ma nella mancanza di una visione di lungo periodo. Denaro e finanziamenti possono tamponare criticità, ma non ricostruiscono da soli fiducia e reti sociali. Cavallo richiama l’attenzione sullo “sfaldamento del tessuto sociale” della regione: famiglie isolate, servizi che non dialogano con i bisogni reali, distanza tra cittadini e istituzioni. I legami comunitari si assottigliano: meno associazionismo, minore partecipazione civica, ridotto scambio tra generazioni. Questo produce un circolo vizioso: meno reti, più bisogni scoperti; più bisogni, più partenze. La proposta chiave è un Patto sociale tra istituzioni, sindacati e comunità, con una programmazione di lungo periodo (vent’anni), obiettivi misurabili e monitoraggio trasparente.