
di Daniela Mariano
C’è una nuova categoria di predicatori e pseudo politicanti da tastiera che non ha nemmeno più bisogno di pensare: c’è già l’intelligenza artificiale. Il più delle volte non studiano, non approfondiscono, non si espongono davvero. Delegano. E poi parlano — anzi, pontificano, anzi copiano e incollano — con la sicurezza di chi non rischia nulla, di chi sbaglia poco, di chi pone una domanda ed ha già la risposta in tasca, sempre col medesimo frasario, come in una catena di montaggio. Sui social si presentano come analisti, visionari, difensori del popolo. In realtà sono megafoni vuoti che rilanciano contenuti generati, rifiniti, ottimizzati per sembrare intelligenti. Frasi perfette, indignazione ad hoc, moralismi confezionati. Tutto impeccabile, tutto artificiale. E soprattutto: tutto intercambiabile. Il punto sul quale riflettere non è l’intelligenza artificiale in sé che potrebbe anche essere di supporto. È l’uso codardo che ne viene fatto. Una stampella per chi un pensiero non ce l’ha. L’AI diventa così una maschera dietro cui nascondere superficialità e opportunismo. Una scorciatoia per sembrare in molti casi competenti su tutto senza esserlo davvero. Il risultato è un rumore costante di sermoni senz’anima. Opinioni costruite per piacere all’algoritmo prima ancora che alle persone. E nel frattempo il dibattito pubblico si impoverisce. Perché chi urla di più non è chi ha qualcosa da dire, ma chi sa usare meglio gli strumenti per sembrare convincente. È teatro, non politica. Branding personale, non responsabilità. Marketing di bottega. Non è progresso, è una caricatura. Non è partecipazione, è simulazione. Se la politica diventa questo — un flusso di contenuti generati con un applicativo per ottenere consenso rapido e indignazione a comando — allora non resta molto da salvare. Perché la credibilità non si automatizza e il pensiero critico non si delega.