Intervista a Marco, titolare di un Compro Oro: fiducia, controlli ed eticaIntervista a Marco, titolare di un Compro Oro: fiducia, controlli ed eticaIntervista a Marco, titolare di un Compro Oro: fiducia, controlli ed eticaIntervista a Marco, titolare di un Compro Oro: fiducia, controlli ed etica
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Intervista a Marco, titolare di un Compro Oro: fiducia, controlli ed etica

22 Settembre 2025

di Daniela Mariano

Marco ha cinquantadue anni e da oltre quindici gestisce un’attività in Provincia di Potenza denominata con il più classico “Compro oro” in una zona urbana ad alto passaggio. Dietro il bancone del suo negozio non arrivano solo gioielli da vendere, ma storie spesso più complesse di quanto sembri. In questa intervista racconta un mestiere che si muove costantemente su un confine delicato: quello tra economia legale, fragilità sociale e rischio di ricettazione.

Com’è cambiato il lavoro del compro oro negli ultimi anni?
«È cambiato molto, soprattutto per via delle normative e dei controlli, che sono diventati più stringenti. Ed è giusto che sia così. Oggi non è più un’attività semplice come qualcuno potrebbe immaginare dall’esterno. Ogni operazione deve essere tracciata, ogni oggetto ha una sua documentazione e ci sono procedure precise da seguire. Ma è cambiato anche il contesto sociale: arrivano persone sempre più diverse e non solo per necessità economica trasparente.»

Che tipo di persone entrano nel suo negozio?

«Di tutto. Persone anziane che portano oggetti di famiglia, coppie che vogliono liquidità immediata, ma anche giovani. E qui la situazione si fa più complessa. Alcuni ragazzi arrivano con oggetti che non sembrano appartenere a un normale percorso di vendita. Non posso e non devo fare processi alle intenzioni, ma il dubbio a volte esiste. Ed è proprio lì che entra in gioco la responsabilità del commerciante.»

Si parla spesso del rischio di ricettazione. Quanto è reale?

«È un rischio reale, non si può negare. Il settore del compro oro, per sua natura, può essere esposto a questo problema. Ed è per questo che ci sono controlli molto rigidi. Ma la verità è che il confine è sottile: non sempre è facile capire la provenienza di un oggetto solo guardandolo. Per questo la legge impone procedure di verifica e registrazione. Il punto non è solo evitare il reato, ma prevenire che certi flussi passino attraverso attività come la nostra, gestite da persone oneste che rispettano quotidianamente tutte le regole e che anzi in determinate circostanze sono esposti ad alcuni rischi.»

Le è mai capitato di sospettare la provenienza di un oggetto?

«Sì, è capitato. E quando succede, non si procede alla transazione. Ma non è una decisione emotiva, è una responsabilità precisa. Il problema è che non sempre hai certezze immediate, quindi devi basarti su elementi oggettivi e sul rispetto delle procedure. È una situazione delicata, perché da una parte c’è il cliente, dall’altra la legge, e in mezzo c’è la tua attività che deve restare pulita. Nel corso della mia esperienza non ho mai avuto la certezza effettiva che si trattasse di oggetti trafugati o illecitamente sottratti a terzi ma in alcune circostanze ho dubitato di beni, anche di notevole valore. La scusa della medaglietta da 20 grammi ritrovata a casa della nonna defunta talvolta non è credibile però senza elementi per provare il contrario non posso esprimere giudizi.»

Ha notato un coinvolgimento di giovani in situazioni problematiche?

«Purtroppo sì, e questo è uno degli aspetti più preoccupanti. Non parlo solo di chi entra nel negozio, ma di un fenomeno più ampio. Ci sono ragazzi molto giovani che arrivano già dentro dinamiche di microcriminalità o di disagio economico forte. In alcuni casi si percepisce che gli oggetti non arrivano da percorsi normali. E questo è un segnale sociale, prima ancora che economico.»

Che ruolo ha il compro oro in tutto questo sistema?
«Un ruolo di filtro, se vogliamo. Non possiamo essere il punto debole della catena. Siamo obbligati a controllare, segnalare quando necessario, e rispettare regole molto precise. Ma siamo anche un osservatorio particolare: vediamo passare oggetti e persone, e a volte si colgono segnali che raccontano qualcosa di più ampio. Però il nostro compito non è indagare, ma operare dentro la legalità.»

Le normative attuali sono sufficienti?
«Sono abbastanza rigorose, ma nessun sistema è perfetto. Le regole aiutano molto a ridurre i rischi, ma non possono eliminare completamente le zone grigie. Alla fine molto dipende anche dalla responsabilità individuale di chi gestisce l’attività. Un compro oro serio non può permettersi leggerezze, perché basta poco per compromettere anni di lavoro e di credibilità.»

Cosa direbbe a chi guarda a questo settore dall’esterno con superficialità?

«Direi che non è un’attività banale. C’è l’idea che sia solo comprare oro alle quotazioni di mercato, ma in realtà è un lavoro che richiede attenzione, conoscenza delle normative e anche una certa sensibilità sociale. Non è solo commercio, è anche gestione di situazioni umane complesse. E soprattutto è un settore che deve essere guardato con serietà, non con leggerezza. Si tratta di un mestiere che può regalare delle soddisfazioni ma che può esporre anche a molti pericoli, in Italia sono tantissimi i casi di infiltrazioni malavitose dentro questo genere di attività, un modo per ripulire proventi illeciti o mascherare operazioni. Bisogna prestare la massima attenzione ed evitare di sostenere, talvolta in buona fede e per mera superficialità la catena della ricettazione. Una catena da più zeri che mette in pericolo l’intero sistema.»

 

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