
La distribuzione di generi alimentari organizzata dalla Comunita' di Sant'Egidio alla mensa di S.Sabina nel centro storico della citta'. Genova, 08 marzo 2021. ANSA/LUCA ZENNARO
di Daniela Mariano
In Italia la povertà non è più un’emergenza: è una condizione strutturale. I numeri diffusi descrivono un Paese dove l’8,4% delle famiglie vive in povertà assoluta, pari al 9,8% della popolazione complessiva. Ma il dato più allarmante riguarda i minori: nel 2024 la povertà infantile raggiunge il 13,8%, il livello più alto degli ultimi dieci anni. Significa che più di un bambino su otto cresce oggi senza le condizioni materiali minime per una vita dignitosa. Il divario territoriale resta profondo e stabile. Nel Mezzogiorno la povertà assoluta colpisce il 10,5% delle famiglie, contro il 7,9% del Nord e il 6,5% del Centro. Una frattura che non si limita al reddito, ma diventa sociale, educativa e generazionale. Il Sud si conferma così l’area più esposta, dove il disagio non si interrompe ma si eredita. Il lavoro, da solo, non protegge più. Tra le famiglie operaie l’incidenza della povertà assoluta arriva al 15,6%, mentre scende al 2,9% tra dirigenti, quadri e impiegati. Anche tra i lavoratori dipendenti la quota resta elevata, all’8,7%. La precarietà economica si intreccia con il livello di istruzione: tra chi ha solo la licenza elementare la povertà colpisce il 14,4% dei nuclei familiari, mentre scende al 4,2% tra chi ha almeno il diploma. Le conseguenze non sono solo statistiche. Il 31,1% delle famiglie è costretto a ridurre la spesa alimentare, mentre quasi una persona su dieci (9,9%) rinuncia alle cure mediche per motivi economici. È qui che la povertà diventa rinuncia ai diritti fondamentali, non solo mancanza di reddito. Il quadro tracciato dalla Caritas è ancora più netto: il 59% delle persone povere proviene da famiglie già povere, percentuale che sale al 66% nel Sud. La mobilità sociale appare di fatto bloccata. Come denuncia monsignor Carlo Redaelli, “oggi ai centri di ascolto arrivano i figli e i nipoti di chi una volta chiedeva aiuto”. La povertà non si spezza: si tramanda. A questo si aggiunge un effetto politico e democratico spesso sottovalutato. Secondo diversi studi, tra cui quelli richiamati dal docente dell’Università di Bologna Riccardo Cesari, la condizione economica incide anche sulla partecipazione: la scelta di non votare è più frequente proprio tra chi vive situazioni di disagio. La povertà diventa così anche distanza dalle istituzioni. Il risultato è un Paese che registra indicatori economici, ma fatica a garantire coesione sociale. La povertà in Italia non è più una parentesi del sistema: è una sua componente stabile. E mentre cresce tra i più giovani, si consolida come eredità, trasformando l’origine sociale in destino.