

di Giovanni Gioioso
Nel pieno del dibattito sull’autonomia differenziata, la Basilicata diventa ancora una volta una lente attraverso cui leggere le fratture profonde del Paese. E non è una lente neutra: è una terra che somma fragilità economiche, spopolamento e disuguaglianze strutturali, e che proprio per questo finisce spesso al centro delle preoccupazioni sociali e pastorali. A Potenza, nel corso del congresso confederale della Uil Basilicata intitolato “Siamo una Comunità”, il vescovo della diocesi di Potenza–Muro Lucano–Marsico Nuovo, Mons. Davide Carbonaro, ha scelto parole nette per riportare il dibattito su un piano più sostanziale rispetto alle formule istituzionali. «Il bene comune è un elemento prezioso, come la giustizia, l’equità e la sussidiarietà. Non si deve declinare la parola autonomia ma è invece fondamentale parlare di comunità», ha affermato, richiamando anche la posizione espressa dalla Conferenza Episcopale Italiana: «Non siamo stati ascoltati». Un richiamo che suona come un campanello d’allarme in un contesto in cui le scelte politiche rischiano di procedere più velocemente della capacità dei territori di reggerne gli effetti. Accanto alla voce del vescovo, quella della Caritas diocesana, con la direttrice Marina Buoncristiano, che ha riportato il confronto su un piano ancora più concreto, quello della vita quotidiana. «Bisogna camminare accanto con resilienza ed attenzione», ha detto, sottolineando come le disuguaglianze nel Mezzogiorno non siano un concetto astratto ma una condizione vissuta. Sanità, accesso alle cure, assistenza domiciliare, sostegno alla disabilità: sono tutti ambiti in cui il divario con altre aree del Paese si traduce in opportunità negate. Il riferimento allo studio Svimez è esplicito e impietoso: nascere in una città del Sud significa ancora oggi partire da una condizione di svantaggio rispetto a chi nasce in contesti più forti del Centro-Nord. Una disuguaglianza che, secondo Caritas, si riflette anche nella cosiddetta povertà educativa, un fenomeno che incide direttamente sulle possibilità di crescita delle nuove generazioni. Ma il quadro più allarmante riguarda il lavoro. «Il lavoro non si crea per decreto», è stato ribadito, ma ciò che preoccupa è la qualità dell’occupazione: contratti precari, salari bassi, forme di lavoro povero che non garantiscono autonomia reale. Un paradosso sempre più frequente è quello di persone che, pur lavorando, si rivolgono ai centri di assistenza perché non riescono a sostenere i costi della vita. I dati anticipati dalla Caritas diocesana, relativi al 2023 e in attesa di pubblicazione completa, rafforzano questa lettura. L’emergenza abitativa è uno dei nodi principali: il 57,8% di chi chiede aiuto vive in affitto. Cresce inoltre una nuova fascia di fragilità, quella tra i 45 e i 54 anni, segno di un disagio che non riguarda solo giovani o anziani ma intere generazioni sospese. Colpisce anche un altro elemento: oltre il 30% delle persone che si rivolgono alla Caritas è in possesso di un diploma. Un dato che racconta il cambiamento profondo della povertà, sempre meno legata alla sola assenza di istruzione e sempre più alla precarietà del sistema economico. «L’ascensore sociale è saltato», è la sintesi più amara. E il risultato è una comunità in cui aumentano le competenze ma non le opportunità, in cui il capitale umano non trova sbocco, e in cui i giovani continuano a partire.