
closeup water flow to hand of women for nature concept on the garden background.
di Giovanni Gioioso
Il quadro idrico dell’Italia nel 2026 appare profondamente diviso in due a causa di un’inversione climatica che vede il Nord sull’orlo di una crisi idrica acuta per via di precipitazioni in forte deficit e di riserve nivali crollate del sessantanove percento in Lombardia, del quarantadue virgola cinque percento in Piemonte e del trentanove percento in Veneto, Trentino-Alto Adige ed Emilia-Romagna, mettendo a dura prova i sistemi agricoli e la continuità delle forniture irrigue per l’intera pianura padana, mentre al contrario il Mezzogiorno registra invasi straordinariamente abbondanti grazie ai ripetuti cicloni dei primi mesi dell’anno, con incrementi spettacolari del sessanta percento in Puglia, del sessantacinque percento in Sicilia, del cinquantanove percento in Basilicata e del quarantadue percento in Sardegna, oltre a bacini strategici vicini alla capienza massima come il Conza in Campania al novantotto percento e il Menta e Alaco in Calabria al novantacinque percento, come evidenziato con grande preoccupazione e sollievo dai dati ufficiali diffusi dall’Anbi in vista dell’attesa assemblea nazionale di Roma, ponendo una nuova, complessa ed inevitabile sfida strutturale per la gestione integrata e lungimirante della risorsa idrica su scala nazionale che richiederà inevitabilmente nuove infrastrutture di collegamento tra i territori in sovrabbondanza e quelli cronicamente assetati. Un’anomalia climatica che ribalta le geografie della sete, imponendo al Paese una urgente strategia di interconnessione delle reti per trasferire la risorsa là dove la crisi bussa alla porta.