

di Giovanni Gioioso
Il nome di Dino Adamesteanu non è solo quello di un grande archeologo, ma rappresenta il ponte ideale tra due terre, la Romania e l’Italia, e tra due mondi, quello del passato sepolto e quello della tecnologia d’avanguardia. Se oggi la Basilicata è considerata un modello mondiale per la gestione del patrimonio antico, lo si deve a questo “straniero” che scelse il Sud Italia come sua patria elettiva, rivoluzionandone per sempre il volto culturale. Nato a Scundu nel 1913, Adamesteanu arrivò in Italia nel 1939, fuggendo da una Romania che stava per essere inghiottita dal turbine della guerra. La sua formazione era classica, solida, ma il suo sguardo era proiettato in avanti. Durante la Seconda Guerra Mondiale, lavorò per la Croce Rossa, ma fu l’incontro con la fotografia aerea a cambiargli la vita. Mentre altri archeologi scavavano ancora esclusivamente con il piccone e la pazienza, Dino comprese che per capire la terra bisognava guardarla dal cielo. Intuì che le variazioni di colore del terreno, le ombre lunghe all’alba o al tramonto viste dall’alto, rivelavano le fondamenta di città scomparse, tracciati stradali e antiche centuriazioni romane invisibili dal suolo. Fu lui a fondare l’Aerofototeca Nazionale a Roma, portando l’archeologia italiana nel futuro. Nel 1964, Adamesteanu fu chiamato a dirigere la neonata Soprintendenza della Basilicata. All’epoca, la regione era considerata una terra difficile, isolata, quasi un “vuoto” nella mappa della Magna Grecia rispetto alla Puglia o alla Sicilia. Dino arrivò a Matera e poi a Metaponto con l’energia di un pioniere. Non si limitò a scavare; egli “lesse” il territorio. Grazie alle sue ricognizioni aeree, svelò la complessa ragnatela di divisioni agrarie del territorio metapontino, dimostrando che i Greci non si erano limitati a costruire templi, ma avevano disegnato un paesaggio agricolo straordinariamente avanzato. Metaponto, Siris, Heraclea, Policoro: sotto la sua direzione, questi nomi tornarono a splendere, uscendo dall’oblio dei libri per diventare parchi archeologici vivi. Dino Adamesteanu non era l’accademico chiuso nella sua torre d’avorio. Aveva una concezione “politica” e sociale del suo lavoro. Come scrisse lui stesso in diverse occasioni: “L’archeologo ha il dovere di rendere partecipe la comunità delle scoperte, perché il patrimonio appartiene al popolo, non agli specialisti.” Fu un pioniere del decentramento culturale. Fondò musei capillarmente diffusi sul territorio – Matera, Metaponto, Policoro, Melfi, Venosa – convinto che ogni reperto dovesse restare vicino al luogo in cui era stato ritrovato, per dare dignità e identità alle popolazioni locali. Lottò contro l’abusivismo edilizio e contro l’indifferenza, spesso scontrandosi con poteri forti per proteggere un lembo di terra che custodiva un tesoro. Vederlo al lavoro, con il suo cappello di paglia e l’accento straniero che non lo abbandonò mai, significava vedere la passione pura. Adamesteanu ha insegnato che il paesaggio italiano non è solo natura, ma è un “palinsesto”, un libro scritto e riscritto dove ogni segno ha un significato. Morì nel 2004 a Policoro, la città che amava e dove aveva scelto di vivere. Oggi, il Museo Archeologico Nazionale della Basilicata a Potenza porta il suo nome, ma il suo vero monumento è l’intero paesaggio lucano. Dino Adamesteanu ci ha lasciato una lezione eterna: per guardare lontano nel futuro di un territorio, bisogna saper guardare molto in profondità nel suo passato, possibilmente con lo sguardo ampio di chi sa volare alto sopra le contingenze del presente. È grazie a questo romeno visionario se oggi la Basilicata non è più una “periferia della storia”, ma uno dei centri pulsanti del Mediterraneo antico.