

di Daniela Mariano
Essere europeisti nel 2025 non è più una posizione scontata né puramente ideale: è una scelta consapevole, spesso critica, che implica riconoscere tanto le conquiste quanto le fragilità dell’Unione Europea. Dopo decenni in cui l’integrazione è stata percepita come un processo lineare e inevitabile, oggi l’europeismo si misura con un contesto complesso, segnato da crisi geopolitiche, trasformazioni economiche e tensioni interne tra gli Stati membri. In origine, essere europeisti significava sostenere un progetto di pace e cooperazione dopo le devastazioni delle guerre mondiali. Questo nucleo valoriale resta ancora oggi centrale: libertà di movimento, mercato unico, tutela dei diritti fondamentali e cooperazione politica rappresentano risultati concreti difficilmente contestabili. Tuttavia, nel 2025, l’europeismo non può limitarsi a una difesa acritica dell’esistente. Al contrario, richiede una riflessione attiva sulle contraddizioni che attraversano l’Unione. Una delle principali criticità riguarda la governance. L’UE continua a essere percepita come distante dai cittadini, con processi decisionali complessi e spesso opachi. Il cosiddetto “deficit democratico” rimane un tema aperto: il Parlamento europeo ha acquisito più poteri nel tempo, ma molte decisioni cruciali passano ancora attraverso negoziati tra governi nazionali, alimentando la sensazione che le élite politiche siano scollegate dalle esigenze reali delle persone. A questo si aggiunge la questione economica. Le differenze tra Nord e Sud Europa non sono state pienamente colmate, e le politiche di bilancio comuni, pur evolute rispetto al passato, continuano a generare tensioni. La gestione delle crisi – da quella finanziaria alla pandemia, fino alle nuove sfide energetiche – ha mostrato una capacità di adattamento, ma anche lentezze e divisioni. Essere europeisti oggi significa interrogarsi su quale modello economico l’Unione voglia perseguire: più solidale e redistributivo o ancora fortemente ancorato a logiche di disciplina fiscale. Un altro nodo cruciale è la politica estera e di difesa. In un mondo sempre più multipolare, l’UE fatica a parlare con una voce unica. Le divergenze tra Stati membri su temi strategici – dai rapporti con le grandi potenze alla gestione dei conflitti regionali – indeboliscono il peso internazionale dell’Unione. L’europeismo del 2025 si confronta quindi con la necessità di rafforzare l’integrazione anche in ambiti tradizionalmente legati alla sovranità nazionale. La gestione dei flussi migratori rappresenta forse la sfida più visibile e divisiva. L’assenza di una politica comune realmente efficace ha lasciato i paesi di frontiera, come l’Italia, a gestire pressioni significative, alimentando tensioni interne e sentimenti euroscettici. Allo stesso tempo, le risposte spesso emergenziali hanno messo in discussione i principi di solidarietà e diritti umani su cui l’Unione si fonda. Non meno rilevante è la transizione ecologica. L’UE si propone come leader globale nella lotta al cambiamento climatico, ma le politiche ambientali comportano costi economici e sociali che non sono distribuiti in modo uniforme. Questo crea resistenze e pone interrogativi sulla sostenibilità politica delle trasformazioni richieste. Essere europeisti nel 2025 significa adottare una posizione matura e non ideologica. Non si tratta di scegliere tra entusiasmo e rifiuto, ma di contribuire a un progetto in evoluzione, riconoscendone limiti e potenzialità. L’europeismo diventa così un impegno critico: sostenere l’integrazione, ma chiedere riforme; difendere i valori comuni, ma pretendere maggiore coerenza; credere nell’Unione, ma non ignorarne le contraddizioni.