

di Giovanni Gioioso
Il Mezzogiorno italiano continua a convivere con una contraddizione strutturale che non è più solo statistica, ma profondamente sociale ed economica: più pensioni che lavoratori attivi. Un equilibrio rovesciato che racconta territori in cui il sistema produttivo fatica a reggere il passo di una popolazione sempre più anziana e di un mercato del lavoro che non riesce a rigenerarsi. A fotografare questa dinamica è il nuovo rapporto del Centro studi della Cgia di Mestre, che restituisce l’immagine di un Paese diviso. Nel 2024, nel Sud Italia, si contano 7,3 milioni di pensioni a fronte di 6,4 milioni di occupati: un sorpasso netto che sintetizza anni di squilibri demografici, occupazionali e produttivi. Il dato più evidente arriva dalla Puglia, dove il divario tra pensionati e lavoratori raggiunge -231.700 unità. Seguono Calabria, Sicilia e Campania, che confermano un quadro ormai consolidato: nel Mezzogiorno il sistema pensionistico assorbe più risorse di quante il mercato del lavoro riesca a generare. Di contro, il Centro-Nord mantiene ancora un equilibrio più stabile, quando non addirittura positivo. Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana guidano la classifica con un saldo favorevole tra occupati e pensionati, grazie a un tessuto produttivo più solido e a tassi di occupazione più elevati. La sola Lombardia registra oltre 800 mila lavoratori in più rispetto ai pensionati. Ma il dato che più preoccupa gli analisti non è solo quello attuale. Tra il 2025 e il 2029, oltre 3 milioni di italiani usciranno dal mercato del lavoro. Una parte consistente di questi si concentra proprio nelle regioni più sviluppate, ma senza un adeguato ricambio generazionale il rischio è quello di un progressivo impoverimento della base produttiva nazionale. Nel Sud, il quadro si fa ancora più fragile. Lecce guida la classifica delle province con il maggior squilibrio, seguita da Reggio Calabria, Cosenza, Taranto e Messina. Territori dove il lavoro regolare è scarso e dove, secondo la Cgia, pesa anche la presenza di una quota significativa di pensioni assistenziali e di invalidità, in un contesto in cui il lavoro sommerso continua a incidere in modo strutturale. Non mancano tuttavia alcune eccezioni. Province come Matera, Pescara, Bari, Cagliari e Ragusa riescono ancora a mantenere un rapporto positivo tra occupati e pensionati, segno che anche nel Mezzogiorno esistono aree capaci di reggere meglio l’impatto demografico ed economico. Il problema, però, non è solo territoriale. L’Italia nel suo complesso sta invecchiando dal punto di vista produttivo. La Basilicata, in particolare, registra l’indice di anzianità lavorativa più alto del Paese: 82,7 lavoratori over 55 ogni 100 under 35. Un dato che racconta un mercato del lavoro sbilanciato, dove l’ingresso dei giovani resta insufficiente a compensare le uscite. La combinazione tra invecchiamento della forza lavoro, bassa natalità e insufficiente occupazione giovanile e femminile rischia di produrre un effetto a catena: meno contribuenti attivi, più spesa previdenziale e una crescente pressione sui conti pubblici. La Cgia lo sintetizza con chiarezza: senza un aumento della base occupazionale e senza politiche efficaci contro il lavoro irregolare, il sistema non potrà reggere a lungo. Il rischio è quello di un Paese che continua a sostenere una struttura sociale sempre più pesante, con una capacità produttiva sempre più ridotta. In questo scenario, il divario tra Nord e Sud non è solo una fotografia economica, ma una traiettoria che interroga il futuro. Perché dietro i numeri si intravede una domanda più ampia: come si regge un Paese in cui chi lavora diventa sempre meno rispetto a chi riceve?