

di Giovanni Gioioso
Il mercato del lavoro italiano continua a mostrare una contraddizione sempre più evidente: da un lato la domanda di personale resta elevata, dall’altro le imprese faticano a trovare candidati. Un corto circuito che riguarda in particolare le professioni tecniche e operaie, sempre meno attrattive per le nuove generazioni. Secondo l’analisi basata sui dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro (2024 e trimestre agosto-ottobre 2025), rispetto al periodo pre-Covid i giovani mostrano una crescente preferenza per lavori caratterizzati da maggiore flessibilità, autonomia e tempo libero. Al contrario, diminuisce la disponibilità ad accettare occupazioni con orari prolungati, turni nel weekend o attività fisicamente gravose. Un cambiamento che impatta direttamente su settori tradizionalmente centrali per l’economia italiana. L’edilizia e il manifatturiero risultano tra i comparti più colpiti, con particolare difficoltà nel legno, nel tessile-abbigliamento-calzature e nella metalmeccanica. In questi ambiti, la carenza di personale qualificato è diventata strutturale. In circa 4 casi su 10, il mancato incontro tra domanda e offerta è dovuto all’assenza di candidati che si presentano ai colloqui. Un segnale che non riguarda solo le competenze, ma anche l’attrattività delle professioni. Nel 2024, su 5,5 milioni di nuovi ingressi previsti nel mercato del lavoro, circa 840 mila hanno riguardato operai specializzati, pari al 15% delle assunzioni attese. Tuttavia, il reperimento di queste figure si conferma estremamente complesso: nel 63,8% dei casi le imprese segnalano difficoltà significative e, quando la selezione va a buon fine, i tempi medi di assunzione arrivano a quasi cinque mesi. A pesare è anche un disallineamento tra formazione e fabbisogni produttivi. Molti candidati non possiedono le competenze tecniche richieste, soprattutto nei comparti manifatturieri, evidenziando un divario storico tra sistema educativo e mondo del lavoro. Le figure più difficili da reperire sono numerose e altamente specializzate. Nell’edilizia mancano carpentieri, ponteggiatori, cartongessisti, pavimentatori, piastrellisti, palchettisti, stuccatori, gruisti ed escavatoristi. Nel legno risultano introvabili verniciatori, restauratori di mobili antichi e filettatori attrezzisti. Nel tessile-abbigliamento si registra carenza di modellisti, confezionisti e stampatori, mentre nel calzaturiero mancano tagliatori, orlatori, rifinitori e cucitori. La metalmeccanica, infine, soffre l’assenza di tornitori, fresatori, saldatori certificati e operatori CNC. La difficoltà di reperimento non è uniforme sul territorio. Il Nordest risulta l’area più in sofferenza: il Trentino-Alto Adige registra una difficoltà del 56,5%, seguito dal Friuli Venezia Giulia (55,3%), dall’Umbria (55%), dalla Valle d’Aosta (54,5%) e dal Veneto (51,5%). Più contenuti i valori nel Mezzogiorno, con Sicilia (42%), Puglia (41,9%) e Campania (41%) sotto la media nazionale del 47,8%. A livello provinciale, la situazione più critica si registra a Pordenone (56,8%), seguita da Bolzano e Trento (56,5%), Gorizia (56,1%) e Cuneo (55,9%). Sul versante opposto, le difficoltà risultano minori a Caserta (39,3%), Salerno (38,3%) e Palermo (36,9%). Nonostante le criticità, le prospettive occupazionali restano rilevanti. Tra agosto e ottobre 2025 le imprese prevedono circa 1,4 milioni di nuove entrate. In testa Milano con 115.280 assunzioni e Roma con 114.200, seguite da Napoli (60.290), Torino (42.530), Bari (42.060) e Brescia (31.930). Il quadro complessivo restituisce un mercato del lavoro in trasformazione: le imprese cercano competenze sempre più tecniche e specializzate, mentre una parte crescente dei giovani orienta le proprie scelte verso modelli occupazionali diversi. Un divario che rischia di diventare strutturale se non accompagnato da un adeguamento dei percorsi formativi e delle politiche del lavoro.