

di Giovanni Gioioso
Esiste un punto esatto sul planisfero dove la geografia ha ceduto il passo all’ambizione umana, trasformando un istmo di sabbia e roccia in una delle arterie più vitali del pianeta. Lo Stretto di Suez (o meglio, il Canale) non è solo una via d’acqua: è un termometro della stabilità globale, un monumento all’ingegneria e, soprattutto, la scorciatoia che ha rimpicciolito il mondo. L’idea di tagliare l’Egitto per unire il Mediterraneo al Mar Rosso non è un’invenzione moderna. Già nel 1800 a.C., il faraone Sesostri III fece scavare un canale che collegava il Nilo al Mar Rosso, noto come il “Canale dei Faraoni”. Tuttavia, la navigazione dipendeva dalle piene del fiume e dalla manutenzione costante, finché il deserto non lo inghiottì definitivamente. Per secoli, le navi dovettero circumnavigare l’Africa, affrontando le tempeste del Capo di Buona Speranza. Fu Napoleone Bonaparte, durante la sua campagna d’Egitto nel 1798, a rispolverare l’idea. Tuttavia, i suoi ingegneri commisero un errore di calcolo clamoroso, ipotizzando un dislivello di dieci metri tra i due mari. Il progetto fu abbandonato per timore di inondazioni catastrofiche, lasciando il sogno nel cassetto per altri cinquant’anni. La vera svolta arrivò nel 1859 grazie al diplomatico francese Ferdinand de Lesseps. Con la nascita della Compagnie Universelle du Canal Maritime de Suez, iniziò un cantiere decennale che avrebbe cambiato la storia. Fu un’opera titanica e brutale: migliaia di operai egiziani lavorarono in condizioni disumane, scavando inizialmente a mani nude e con le pale sotto un sole implacabile. Quando il canale fu inaugurato in pompa magna nel *1869*, il mondo cambiò rotta. Il viaggio tra Londra e Mumbai si accorciava di quasi 9.000 chilometri. Il commercio non era più una questione di mesi, ma di settimane. Se il XIX secolo fu quello della costruzione, il XX fu quello del conflitto. Il controllo di Suez divenne il simbolo del potere coloniale e della successiva emancipazione. Nel 1956 il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser nazionalizzò il canale per finanziare la diga di Assuan. La risposta di Francia, Regno Unito e Israele fu un’invasione militare. L’intervento di Stati Uniti e URSS, che intimarono il ritiro agli invasori, segnò la fine definitiva del colonialismo europeo e l’inizio dell’egemonia delle superpotenze della Guerra Fredda. Tra il 1967 e il 1975 dopo la Guerra dei Sei Giorni, il canale rimase chiuso per otto anni, diventando una trincea tra l’esercito egiziano e quello israeliano. Il mondo imparò allora, a proprie spese, quanto fosse vulnerabile l’economia globale senza quella sottile striscia d’acqua. Oggi, circa il *12% del commercio mondiale* e il *30% del traffico globale di container* transitano attraverso Suez. Ma perché è così insostituibile? Senza il Canale, una petroliera che viaggia dal Golfo Persico verso l’Europa dovrebbe percorrere circa 10 giorni di navigazione in più. Questo si traduce in milioni di dollari in carburante, emissioni di CO₂ massicce e un aumento dei costi delle merci al dettaglio. Per il mercato europeo, Suez è la porta d’ingresso per il Made in China e per l’energia araba. L’economia moderna si basa sulla velocità. L’incidente della Ever Given nel marzo 2021, la gigantesca portacontainer che rimase incastrata per sei giorni bloccando centinaia di navi, ha mostrato la fragilità della catena di approvvigionamento. Un solo tappo a Suez può causare carenze di microchip a Berlino, di petrolio a Rotterdam o di caffè a Roma. Dal punto di vista geopolitico, chi controlla Suez ha le mani sulla “valvola” dell’economia europea. L’Egitto ne ricava miliardi di dollari in pedaggi ogni anno (una delle sue principali entrate), ma il canale è anche un punto di osservazione strategico per le marine militari di tutto il mondo. La stabilità del Sinai e delle coste egiziane è, di fatto, una priorità di sicurezza nazionale per l’intero Occidente. Nel 2015, l’Egitto ha inaugurato il raddoppio di una parte del canale, permettendo il transito simultaneo in entrambe le direzioni e riducendo i tempi di attesa. Tuttavia, le sfide non mancano: dalle rotte artiche che si aprono a causa del cambiamento climatico (la cosiddetta Via della Seta Polare) alla pirateria nel Mar Rosso. Suez rimane, nonostante tutto, un trionfo dell’ingegno umano sopra la geografia. È un luogo dove il tempo è denaro nel senso più letterale del termine e dove la pace tra le nazioni non è solo un ideale etico, ma una necessità economica. Finché il commercio globale poggerà sull’interscambio via mare, quel solco nel deserto rimarrà il punto di equilibrio su cui poggia il mondo moderno.