

di Giovanni Gioioso
Tra il 2011 e il 2012 lo spread era il convitato di ogni cena in famiglia, il titolo di apertura di ogni telegiornale e l’incubo ricorrente di ogni risparmiatore. Quel numero magico – il differenziale di rendimento tra i nostri BTP e i Bund tedeschi – era diventato il termometro della nostra sopravvivenza economica. Oggi, nel 2026, lo spread sembra essere uscito dai radar del dibattito pubblico mainstream. Ma perché non se ne parla più? È davvero svanito il pericolo o ci siamo solo abituati a convivere con la febbre? Il primo motivo è psicologico: l’assuefazione. Dopo quindici anni di crisi alternate – dai debiti sovrani alla pandemia, dalla crisi energetica alle tensioni geopolitiche – la soglia di attenzione dell’opinione pubblica si è alzata drasticamente. Lo spread non “fa più notizia” perché non produce più lo shock visivo e politico di un tempo. Come sosteneva l’economista John Kenneth Galbraith: “Il denaro è una cosa singolare. Viene considerato come un bene che deve essere gestito con la massima prudenza, eppure la sua storia è una cronaca di follie.” In questa cronaca di follie, lo spread a 150 o 200 punti base è diventato rumore di fondo. Finché non minaccia di superare la soglia psicologica dei 300 o 400 punti, quella che mette a rischio la tenuta dei conti pubblici e dei mutui delle famiglie, la politica e i media preferiscono concentrarsi su emergenze più immediate e visibili, come l’inflazione o i costi della transizione ecologica. Se lo spread è rimasto sotto controllo, il merito è in gran parte di chi ha imparato a “calmare i mercati”. Dai tempi del celebre “Whatever it takes” di Mario Draghi, la Banca Centrale Europea ha cambiato pelle. Non è più solo l’arbitro severo dell’inflazione, ma è diventata il garante ultimo della stabilità dell’Eurozona. L’introduzione di strumenti come il TPI (Transmission Protection Instrument), lo scudo anti-frammentazione, ha inviato un messaggio chiaro agli speculatori: la BCE interverrà se lo spread di un Paese membro dovesse salire per motivi non giustificati dai fondamentali economici. Questa rete di sicurezza ha tolto ossigeno al dramma narrativo dello spread. Se i mercati sanno che c’è un compratore di ultima istanza pronto a intervenire, smettono di scommettere contro il debito italiano. Il motivo principale per cui lo spread è uscito dalle prime pagine è che è stato scalzato da un nemico molto più tangibile e aggressivo: l’inflazione. Se lo spread è un numero astratto che colpisce indirettamente (attraverso il costo del debito pubblico o i tassi dei mutui), l’inflazione colpisce direttamente e quotidianamente il carrello della spesa. Le persone non si preoccupano più del differenziale con la Germania se il prezzo del pane è raddoppiato o se le bollette energetiche prosciugano lo stipendio. I media seguono il portafoglio dei cittadini. In un certo senso, la narrazione economica si è spostata dalla “macro” (lo Stato e i mercati) alla “micro” (la famiglia e il consumo). C’è poi una rassegnazione di fondo riguardo al debito pubblico italiano. Nel 2011, un debito al 120% del PIL sembrava la fine del mondo. Oggi, dopo la spesa pubblica massiccia necessaria per affrontare la pandemia, quasi tutti i Paesi occidentali hanno debiti altissimi. L’Italia non è più l'”unico malato d’Europa”, ma fa parte di un reparto ospedaliero molto affollato. Anche se questa frase è spesso citata a sproposito, riflette una nuova realtà: gran parte del nostro debito è ora detenuto da istituzioni europee o da risparmiatori interni (si pensi al successo dei BTP Valore). Questo rende il Paese meno vulnerabile agli umori volatili dei grandi fondi d’investimento esteri, che erano i veri motori delle oscillazioni dello spread. Tuttavia, il fatto che non se ne parli non significa che il problema sia risolto. Lo spread rimane un costo reale: ogni punto in più significa miliardi di euro di interessi che lo Stato deve pagare invece di investirli in sanità, scuola o infrastrutture. Smettere di monitorare lo spread significa ignorare il segnale d’allarme di una nave che imbarca acqua. Forse non se ne parla più perché la spiegazione è diventata troppo complessa, o forse perché preferiamo non guardare l’abisso mentre cerchiamo di arrivare a fine mese. Ma lo spread è ancora lì, un guardiano silenzioso che ci ricorda che la nostra sovranità dipende, in ultima istanza, dalla nostra credibilità finanziaria. Non parlarne è un lusso che, nel lungo periodo, rischiamo di non poterci permettere.