

di Daniela Mariano
Il populismo a cinque stelle nasce come urlo, non come progetto strutturato capace di camminare sulle proprie gambe. E lo si è visto. I cosiddetti indimenticabili “vaffa day” — trasformati in liturgia collettiva — erano lo sfogo naturale di una rabbia sicuramente reale, ma anche il punto più alto di una politica ridotta a livorosi slogan. Gridare contro tutto è facile, semplice e a costo zero. Proporre un’alternativa e governare, molto meno. Il problema è che quel linguaggio grillino nonostante gli sforzi di Conte e degli intellettuali del Movimento non è mai davvero maturato. È rimasto addosso alla base come un vestito che ormai non veste più: troppo stretto per la complessità e le dinamiche del potere, troppo largo per una effettiva credibilità istituzionale. Per anni si è venduta l’idea che bastasse “mandarli a casa” per cambiare il sistema. Poi, una volta dentro, il sistema si è rivelato molto più complesso, meno slogan e più responsabilità. I “rimasugli” dei Vaffa Day da nord a sud tra consigli comunali, regionali e Parlamento oggi suonano come un’eco privo di voce. Quella rabbia originaria si è trasformata in una contraddizione permanente: continuare a parlare da anti-sistema è un equilibrio che non regge, perché prima o poi la realtà presenta il conto. E qualcuno lo ha capito. Luigi Di Maio è stato, nel bene e nel male, il simbolo di questa transizione. Da volto dell’anti-politica, del mai col partito di Bibbiano, a interprete — spesso goffo — della politica vera, quella fatta di compromessi, trattative e posizionamenti. Non per virtù, ma per necessità. Perché governare significa scegliere e scegliere significa prendere posizioni e scontentare qualcuno. Il punto è proprio questo: il populismo vive di promesse assolute, mentre il governo si nutre di compromessi relativi. Quando i due mondi si incontrano, uno dei due deve cedere. E a cedere, inevitabilmente, è la narrazione con una netta perdita di identità. Né davvero antisistema, né davvero forza di governo. Un movimento che ha costruito il proprio consenso sulla purezza si è trovato costretto spesso a sporcarsi le mani — e nel farlo ha perso la sua arma principale: la credibilità agli occhi di chi inneggiava in un’alternativa radicale. Non c’è nulla di scandaloso nel compromesso. È l’essenza stessa della democrazia. Ma diventa un problema quando per anni lo si è dipinto come tradimento, salvo poi praticarlo appena si entra nei palazzi del potere. E allora resta una domanda scomoda: era davvero un progetto politico, o solo una protesta ben riuscita? Perché tra il gridare “onestà” in piazza e costruire politiche pubbliche c’è di mezzo il mondo. E quel mondo non si governa a colpi di slogan.