

di Giovanni Gioioso
L’idea di “periferia” è, nel magistero di Papa Francesco, molto più di una coordinata geografica o di un termine urbanistico. È una categoria teologica, una lente d’ingrandimento attraverso la quale osservare il mondo per comprenderne le reali dinamiche. Sin dai primi giorni del suo pontificato, Bergoglio ha scosso le coscienze invitando la Chiesa e la società civile a “uscire verso le periferie”, non solo quelle fatte di cemento e degrado, ma soprattutto quelle umane ed esistenziali. La periferia urbana è quella che tutti conosciamo: il “fuori”, i quartieri dormitorio, i luoghi dove la città sembra sfilacciarsi e perdere la sua identità storica per farsi anonima. In Italia e nel mondo, queste zone sono spesso caratterizzate da un’architettura ostile, mancanza di servizi e isolamento infrastrutturale. Tuttavia, per Papa Francesco, la periferia urbana non è un luogo da “risanare” con il solo sguardo dell’ingegnere o del sociologo. È il luogo dove la realtà si vede meglio. Egli sostiene spesso che *”la realtà si vede meglio dalla periferia che dal centro”*. Il centro, infatti, tende a chiudersi in se stesso, a proteggersi con muri invisibili di benessere e autoreferenzialità. La periferia, pur nelle sue ferite, è il luogo della verità, dove le contraddizioni del sistema economico e sociale emergono senza filtri. È qui che il concetto urbano si fonde con quello politico: una città che ignora i suoi margini è una città destinata a implodere. Se la periferia urbana è il contenitore, la periferia umana è il contenuto. Qui il discorso del Papa si fa tagliente e tocca la cosiddetta “cultura dello scarto”. Le periferie umane sono popolate da coloro che il sistema produttivo considera inutili o invisibili: i poveri, i rifugiati, i disoccupati, i malati terminali, gli anziani abbandonati. In queste zone d’ombra, l’essere umano perde il suo nome e diventa una statistica, un “problema da gestire”. Papa Francesco ribalta questa prospettiva. Abitare la periferia umana significa passare dalla “carità da balcone” (quella che guarda dall’alto verso il basso) all’incontro reale. Non si tratta di portare un aiuto materiale, ma di riconoscere la dignità di chi è stato spinto ai margini. Il termine “periferia umana” ci interroga sulla nostra capacità di empatia: quante volte camminiamo in centro, incrociando lo sguardo di un senzatetto, e lo trattiamo come se fosse parte dell’arredo urbano, cioè una periferia in pieno centro? Il livello forse più profondo e innovativo del pensiero di Francesco è quello della periferia esistenziale. Questa non dipende dal conto in banca o dal codice postale. Si può vivere in un attico lussuoso a Manhattan o in un attico nel centro di Roma ed essere immersi in una periferia esistenziale. È il luogo della solitudine, del non-senso, dell’angoscia, delle dipendenze e del vuoto spirituale. È la condizione di chi, pur avendo tutto per vivere, sente di non avere nulla per cui vivere. La periferia esistenziale è il deserto dell’anima prodotto da una società iper-connessa ma profondamente sola. È qui che si gioca la sfida della “Chiesa in uscita”: andare a cercare l’uomo laddove si sente perduto, non per fare proselitismo, ma per offrire una presenza. Queste tre dimensioni sono profondamente collegate. Il degrado urbano (periferia urbana) spesso accentua la solitudine esistenziale (periferia esistenziale), che a sua volta porta all’emarginazione sociale (periferia umana). Non si può intervenire su una senza toccare le altre. Papa Francesco propone una soluzione che chiama “cultura dell’incontro”. Se la logica del mondo è quella del confine e della barriera, la logica della periferia è quella della soglia. La soglia è un luogo di passaggio, un punto di contatto. Il Papa ci sfida a trasformare le periferie da “vicoli ciechi” a “laboratori di futuro”. Parlare di periferie nel 2025 significa anche affrontare le nuove frontiere digitali. Esiste una periferia di chi è escluso dalla tecnologia, ma esiste anche una periferia esistenziale di chi ne è schiavo. La sfida è riportare l’umano al centro, ricordando che il “centro” non è una posizione geografica privilegiata, ma il luogo dove ci prendiamo cura dell’altro.